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Il terremoto in Giappone

Il terremoto in Giappone

Il recente terremoto verificatosi in Giappone offre lo spunto a qualche riflessione. La prima è di carattere statistico, quasi a voler soddisfare una curiosità: riguarda la classificazione dei terremoti più potenti e quelli più distruttivi verificatisi sul pianeta, per i quali si hanno certezze storiche, ovvero fonti attendibili e verificate.

Essi sono di seguito elencati (cfr. United States Geological Survey):
I 10 terremoti più potenti:
1) 1960, 22 maggio: Cile, magnitudo 9.5
2) 1964, 28 marzo: stretto di Prince William (Alaska), magnitudo 9.2
3) 2004, 26 dicembre: Sumatra-Isole Andamane, magnitudo 9.1
4) 1952, 4 novembre: Kamchatka, magnitudo 9.0
5) 1868, 13 agosto: Arica, Peru (ora in Cile), magnitudo 9.0
6) 1700, 26 gennaio: zona di subduzione della Cascadia (costa ovest degli Stati Uniti), magnitudo 9.0
7) 2011, 11 marzo: costa orientale dell’isola di Honshu (Giappone), magnitudo 8.9
8) 2010, 27 febbraio: Bio-Bio (Cile), magnitudo 8.8
9) 1906, 31 gennaio: Costa Esmeralda (Ecuador), magnitudo 8.8
10) 1965, 4 febbraio: Rat Islands (Alaska), magnitudo 8.7

I 10 terremoti più distruttivi
1) 1556, 23 gennaio: Shaanxi (Shensi, Cina), magnitudo 8 – 870.000 morti
2) 1976, 27 luglio: Tangshan (Cina), magnitudo 7.5 – 255.000 morti
3) 1138, 9 agosto: Aleppo (Siria), magnitudo sconosciuta – 230.000 morti
4) 2004, 26 gennaio: Sumatra, magnitudo 9.1 – 228.000 morti
5) 2010, 1 dicembre: Haiti, magnitudo 7.0 – 222.570 morti
6) 856, 22 dicembre: Iran, magnitudo sconosciuta – 200.000 morti
7) 1920, 16 dicembre: Haiyuan, Ningxia (Ning-hsia, Cina), magnitudo 7.8 – 200.000 morti
8) 893, 23 marzo: Iran, magnitudo sconosciuta – 150.000 morti
9) 1923, 1 settembre: Kanto (Giappone), magnitudo 7.9 – 142.800 morti
10) 1948, 5 ottobre: Turkmenistan, magnitudo 7.3 – 110.000 morti

L’altra riflessione, altrettanto marcata per i profani della materia, riguarda il come nasce un terremoto.
Come oramai noto il pianeta Terra ha il suo strato superficiale, detto crosta terrestre, di spessore variabile tra i 5 e i 35 km. Esso presenta in diversi punti delle fratture che delimitano porzioni di crosta, dette placche. Al di sotto della crosta vi è il mantello che si estende fino ad una profondità di circa 2890 km. Esso è formato da roccia fusa e magma ed ha densità maggiore della crosta, per cui le placche galleggiano sopra il mantello. Tanto per avere un’idea si può pensare a delle zattere che galleggiano. Ciò fa capire come il nostro pianeta risente dei periodici movimenti, ovvero del galleggiamento delle placche sul mantello.
Tra una placca e l’altra esistono, come già detto, delle fratture che vengono chiamate faglie, che sono le principali responsabili dei terremoti sul nostro pianeta. Come si originano le onde sismiche? La teoria attualmente ritenuta valida dalla comunità scientifica è la seguente.
Due placche, che si muovono in direzioni contrarie, tendono ad accumulare un notevole quantitativo di energia potenziale che si crea dall’attrito che tali placche devono compiere per potersi muovere. Ovviamente maggiore è l’attrito, più aumenta lo sforzo per il movimento e più aumenta l’energia potenziale accumulata. Lo sforzo può durare anche molti anni, anche decenni.
Successivamente si arriva al momento in cui tale energia non può più essere sopportata e da qualche parte si crea una frattura. In questo modo tutta la tensione accumulata nel corso del tempo si libera improvvisamente, facendo letteralmente scuotere il terreno.
Tanto per capire cosa succede si pensi ad avere tra le mani un bastoncino di legno: se si inizia a piegare esso offre una resistenza al piegamento che si esprime sotto forma di energia elastica; le rocce si comportano nello stesso modo: cioè se una porzione di roccia inizia a deformarsi, essa offrirà una certa resistenza (che cambia a seconda del tipo di roccia), ma quando le forze che tengono insieme la roccia vengono superate da quelle che le deformano allora questa si spezza e si ha un brusco spostamento delle due parti che rilasciano l’energia che avevano accumulato. La linea di rottura delle rocce viene detta faglia.
Da qui il terremoto. Va da se che è facile intuire come lunghi periodi di inattività sismica in zone ad alto rischio possono indicare che le faglie stanno accumulando tensione che in un primo tempo non viene dispersa, ma che può disperdersi in un secondo tempo con un terremoto particolarmente distruttivo. I due esempi classici in Italia sono il terremoto dell’Irpinia e quello che ha colpito l’Umbria e le Marche. Nel primo caso ci fu la liberazione di tutta la tensione accumulata con un’unica scossa particolarmente distruttiva. Nel caso del terremoto in Umbria, invece, le tensioni presenti nelle faglie si sono liberate poco alla volta, con una serie di scosse meno intense, ma con una sequenza temporale lunghissima che è durata mesi.
Con L’Aquila vi è stato invece uno sciame sismico che ha preceduto la scossa più violenta. C’è da evidenziare che non sempre le cose vanno in questo modo. Dopo uno sciame sismico può anche non accadere più nulla per un lungo periodo.

Infine, poiché il terremoto in Giappone è stato accompagnato da un maremoto, di seguito vi è il video che riguarda la simulazione di quell’evento

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